A Language of Dragons. La scintilla della ribellione

S.F. Williamson

Finished Nov 17, 2025
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Voto complessivo: ⭐️⭐️
Dramma: 💧💧
Sugar: 🧁.5
Spice: 0.5 🌶️
Tropes and vibes: alternate British history - historical fiction- found family - political intrigue - dragons - fantasy romance
Mi aspettavo di più? Decisamente.
Sulla carta c’erano elementi interessanti, primo fra tutti il setting nel 1923 in una Londra alternativa, e la corsa alla decifrazione di un “codice” che potrebbe ribaltare le sorti di un paese in guerra.
Il mio entusiasmo è però scemato quasi subito. Già dalle prime battute è stato impossibile non pensare a Babel di R. F. Kuang, e se lì ogni traduzione è un atto di tradimento, qui “Every act of translation requires a sacrifice”. Se non è zuppa, è pan bagnato.
“To control languages, to control words, is to control what people know”, e blah, blah, blah.
E poi: un governo autoritario, un gruppo di ribelli, il classismo e l’ingiustizia sociale, e un po’ di maschilismo qua e là. Insomma, originalità questa sconosciuta.
Una noiosa, lunghissima ramanzina su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, dove non ci sono zone grigie, e tutto è bianco o nero. Non potevano mancare la giustificazione della violenza in risposta all’oppressione e la sindrome del salvatore, ossia il solito copione.
Mi era stato promesso del dark academia, non pervenuto, così come il romance che davvero va cercato con il lanternino, nonostante il libro venga classificato come un fantasy romance.
Il world building fa acqua da tutte le parti. Draghi con impieghi tra gli umani?!? Non c’è un problema di… dimensioni?!? E poi: perché mai dovrebbero allearsi con gli esseri umani quando sono gigantesche macchine sputafuoco che possono distruggere un’intera nazione in tre giorni? Fossero sparuti esemplari sopravvissuti alla decimazione della propria specie, avrebbe un po’ di senso, invece sembrano essere numerosi e in salute. Come può essere l’uomo una minaccia?
Mi aspettavo almeno un po’ di azione (siamo in guerra, per dindirindina!), e invece nulla. C’è qualche accenno, qualche scintilla, che non è mai abbastanza per dare inizio a un incendio. Giusto nel finale, l’autrice decide di buttarla in caciara perché sì, e fa sempre comodo per un secondo volume.
La ciliegina sulla torta, il reiterato colpo letale che mi ha lasciato esanime a fine lettura? Viv che parla COSTANTEMENTE con se stessa per commentare quello che dice o fa. Passi una volta, ma qui è la norma. È stato un lento, infinito supplizio.
Potrei soffermarmi su come il suo “cambio di vedute” la renda improvvisamente la più grande promotrice della causa dei ribelli, trovando una favella che prima le era sconosciuta, ma sarebbe un inutile infierire. Nemmeno il dottor Jeckyll mutava così radicalmente!
Insomma, non trovo assolutamente nulla da salvare, e certo non continuerò la serie.È il tipo di libro per cui potrebbe esaltarsi solo un attivista da tastiera, che vede il mondo non dal vivo, ma solo rimanendo nella sua bolla social.
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